sabato 26 novembre 2022

EUR

 Sono cresciuta all'ombra delle geometrie dell'EUR, espressione maggiore dell'architettura razionalista e appannaggio del Ventennio. Fascista è una brutta parola 

 ma bisogna scriverla ogni tanto.

 Doveva essere un'esposizione, addirittura universale, non se n'è più fatto nulla, non capita di rado in Italia.

 Eppure, è ancora qui, questo quartiere precisamente incompiuto, a riempirmi gli occhi di spigoli, a raddrizzarmi le giornate, a sorvegliarmi le voglie. 

 Cinque anni di Liceo, il Cannizzaro, storico, solido, cubico, solenne, un invito ad ambire. Ma a cosa?

Dentro, tra le mura, generazioni infelici, a modo nostro, come le famiglie di Tolstoj...non meno sensibili, tuttavia, di altre passate e più perdonate. 

 Figlia di mia madre a sua volta germogliata tra le vetrine, panchine e fioriere dei tempi d'oro, quando la 'provincia' chiamata EUR sapeva di soldi, di nuovo e di mare.

 Non volevo più tornarci: ho scarabocchiato percorsi lontani da queste vie dell'Arte, dell'Europa, di Beethoven e dell'Aeronautica. Andate a cagare tutti, l'Umanesimo e la Scultura e l'armamentario, avevo pensato. E invece, eccomi tornata, dopo anni sparsa altrove, a insegnare...all'Eur per l'Eur e dintorni. In questi bordi, ricamati, imperlati, merlati, ma pur sempre bordi, periferici sbocchi fertili e ideali per osservazioni 'astroletterarie'. I miei planetari.

 Ci rotolo ancora a mestiere su questi marmi, non miei, di altri, ma con eleganza, nonostante. Mi sostengono i portici, che mi solfeggiano gli echi, dagli orizzonti ampi, per contenere i miei sogni, le velleità, i sentimenti, e quei lasciti di Fellini e  Antonioni e del cinema visionario di un'epoca che respira ancora dalla pelle liscia dei capodogli bianchi, quando cala il sipario, alla sera, sulle onde anomale della nostra Roma Sud.

 Nutro un misto di irritazione e di amore, insomma, per l'ordine scomposto di questi spazi, per i loro appuntamenti mancati, per i trascurati contrasti tra le diligenti linee e la colorita popolazione che ci scorre e ricorre.

 Ricorre, allora, il tema ben noto del mio malcelato sgomento di fronte a ciò che sarebbe dovuto essere, ma è altro, a sorpresa...più bello! In quel fitto mistero della fede che è l'eterogenesi dei fini.

 Un caffè da Palombini, l'ennesimo sole al Laghetto, un buon vino. Me di nuovo da Giolitti, a riflettere sul tempo che passa sotto le mie finestre alte. Un settimo piano per vederlo da lontano, quel Palazzo della Civiltà impropriamente chiamato Colosseo Quadrato e che io arrotondo da anni nelle curve lente della mia nostalgia. E vedo anche San Pietro e Paolo, in due... perché un solo patrono per Roma non basta. 

 Siamo romani domani anche all'EUR, incastrati in parcheggi difficili, tra palazzi imponenti, e frasi scolpite d'orgoglio, a sentirci più piccoli, eppure, ancora, ancora, significanti.

Luana D'Orazio - Operaia tessile morta sul lavoro

 Maggio non è un buon mese per morire, lo trovo abbastanza inopportuno, dovrebbe essere vietato dalla legge, si dovrebbe rimandare la faccenda a data da destinarsi. A maggio si nasce, non si muore. 

 Ci sono altri mesi per combinare cose del genere. Ad esempio, novembre, secondo me, è il mese più indicato, ma anche marzo: con gli ultimi strascichi d'inverno, di giardini soli, di rami nudi, di nebbia compressa, di rabbia fitta, di silenzi fermi e buio

 presto. Ma a maggio no. 

 A maggio si nasce, non si muore. 

E invece, Luana D'Orazio, ventidue anni e cento quaranta battiti al minuto, è morta a maggio, il terzo giorno del mese dei fiori, 

col cielo terso a Montemurlo, 

masticata in provincia di Prato da un orditoio che l'ha inghiottita in 9 secondi:18 respiri sempre più lenti.

 Poi niente. Poi niente. Poi niente.

Era il 2021.

 Luana aveva un figlio piccolo tutto per sé, una stanza in affitto per lui, un contratto da apprendista, le rate della macchina ancora da pagare, (accidenti!), sette pentole in acciaio Inox, un bel materasso, uno straordinario sorriso, una sorta di  vita davanti, una divisa blu oceano, dei sogni.

 Un posto in fabbrica a disintegrarli.

A non farla accadere, a gettarla oltre una saracinesca bassa assai, ossia manomessa,

 per produrre efficacemente l'8% di panni in più, di ammassi di fibra, di intrecci incolore, inodore, indolore, di luridi stracci aderenti alla pelle

 da riempire di sudore e poi usare per lavare

 quando non ci entrano più sui fianchi, quando vai a vedere che sotto sotto ci sbattono, quando alla fine li abbiamo rovinati, quando ci sono andati a noia.

 Così poco è costata Luana.

Prima che accadesse questo ennesimo "incidente" sul lavoro, in quei giorni strani di pandemia e altri orrori, io non lo sapevo che cosa fosse un orditoio. 

Perché non so proprio come sia fatto un macchinario tessile. Non saprei da dove cominciare per spiegarlo. Non so nulla di fabbriche. 

Io ho studiato altre cose.

 Magari so bene com'è fatto il reparto donna di Zara, so distinguere una maglia di cotone da una in poliestere, so indovinare la mia taglia senza passare per le luci dei camerini, (chi non le detesta?), so smacchiare le macchie di caffè e anche di vino, (ma non rosso), so come acquistare abiti online. Alle volte so perfino abbinarli. 

Ma non so come si fanno.

Cioè, non lo so com'è fatto un orditoio.

So bene che l'industria tessile è stata il motore del Nord Italia, so che la florida epoca dei Comuni è nata dentro i laboratori di trame, tra gomitoli e potere, reti strette e commerci, so che il mercantilismo e il capitalismo sono iniziati nei filatoi d'Europa, 

so che le donne nella letteratura hanno sempre amato cucire, per definizione, una loro realtà nella quale possibilmente

a maggio si nasce,

 non si muore.

Ma non lo so com'è fatto un orditoio.

E forse non lo sapeva neanche Luana

 che mi è tornata in mente oggi quando un mio studente me l'ha rinominata a lezione. 

Insegno in un professionale e parlavamo di un incidente simile avvenuto in una vetreria ieri notte.

 F. ha detto "che poi se non stai attento finisci schiacciato come un insetto. Prof, lei se la ricorda Luana?".

 I due proprietari e il manutentore, accusati di omicidio colposo e rimozione dolosa di cautele antinfortunistiche, hanno patteggiato pene lievi lievi come

 è la terra per chi se ne va. 

Grosse somme di denaro sono state offerte ai familiari della vittima. E rifiutate con sdegno.

 Sì, ho risposto, certo che me la ricordo Luana.


-


"Chissà che la memoria non consista solo nel guardare le cose fino in fondo". 


Yuko Tsushima

Saman Abbas

 Ce l'aveva quasi fatta Saman Abbas, diciotto anni appena, originaria del Pakistan, in cerca di più luce come un girasole, trapiantata in provincia di Reggio   Emilia dal 2016: un bel po' di cuore in esubero, l'animo ribelle, dello sconvolgente coraggio.

 Le mancavano solo dei documenti e il suo  passaporto, poi avrebbe preso un aereo e sarebbe rimpatriata con il ragazzo che amava, il connazionale Ayub Saqib, per sposarlo, finalmente.

 C'era già il vestito tradizionale pronto per le loro nozze, con tutti quei drappi e i ricami e le falde ampie della gonna, piene di colori del futuro come  lo volevano loro, libero.  

 "Io voglio studiare", "io non voglio indossare il velo", "io voglio essere chi voglio io", "io non voglio sposare quell'uomo". 

 Troppi "voglio" per i gusti della sua famiglia, dalla quale Saman era stata allontanata dalle autorità proprio un anno prima del suo omicidio, dopo che lei stessa ne aveva denunciato i maltrattamenti e l'induzione ad un matrimonio forzato con un cugino di dieci anni più grande.

 Assegnata ad una struttura di Bologna, la giovane aveva iniziato un'altra vita, la sua.

 "Non è importante ciò che gli altri hanno fatto di noi, ma ciò che facciamo con ciò che gli altri hanno fatto di noi", chissà se Saman si era mai imbattuta in questa frase di Sartre; per certo era quello che stava provando a mettere in atto: una piccola rivoluzione per una grande causa, che è quella di un'intera generazione di giovani donne islamiche pronte a tutto pur di scegliere il loro destino, pur di sollevarsi dalla sottomissione alla quale sono costrette, pur di risvegliare le coscienze delle democrazie vere o presunte nelle quali crescono con nuove speranze, pur di rispondere al gretto dispotismo religioso e familiare che le incatena ad un ruolo che non vogliono più recitare.

 Ce l'aveva quasi fatta Saman Abbas, ma quei documenti e quel passaporto non riuscirà mai a recuperarli.

 Lo zio, i due cugini, il padre e la madre, unici indagati per la morte di Saman avvenuta tra il 30 aprile e il 1 maggio del 2021, sono stati rinviati a giudizio, il 10 febbraio del 2023 inizierà il processo. La madre è ancora latitante.

L'arresto di Shabbar Abbas, padre della ragazza, del 15 novembre scorso riaccende i riflettori su un delitto che esige una riflessione ancora su di un cambiamento radicale richiesto dalla comunità islamica, in grembo alla comunità islamica stessa, gridato e ancora una volta violentemente messo a tacere.

martedì 23 marzo 2021

Appesi a un filo

 Dalla cronaca del tg3 speciale 18 marzo, rivisitato:

- Si chiamava Massimo Amati mio padre, portava un cognome che suonava più come un verbo all'imperativo per un uomo che ha amato sempre più gli altri e meno se stesso. 

Era infermiere al San Camillo da quarant'anni, a giugno sarebbe andato in pensione. Gli avrebbero fatto una bella festa.

È stato un buon marito, un buon padre e una buona persona, mio padre, uno di quegli uomini ai quali la gente si ricorda di voler bene, anche dopo anni.

Aveva scelto il suo lavoro da ragazzino, come un gioco da grandi che voleva provare. Sì, perché a lui piaceva fare e fare per gli altri e nei reparti ospedalieri c'era sempre da fare e c'erano sempre gli altri.

Chi lo conosceva ricordava a me e alle mie sorelle quanto fossimo fortunate ad avere un papà così... e non aggiungevano definizioni, perché ci si capiva sul resto.

Ogni tanto raccontava che il suo turno più bello era stato in un'ambulanza una notte dell'agosto '97, quando una donna partorì il figlio mentre gli stringeva forte la mano, durante il viaggio verso l'ospedale. Quando parlava di questa cosa si commuoveva mio padre...dicono che le persone che lavorano con i malati si fanno la pelle dura con il tempo. Beh, mio padre non se l'era fatta la pelle dura. Mio padre aveva le mani ferme, ma il cuore friabile. 

Non ci raccontava quasi mai del suo lavoro, mio padre, però un po' lo intuivamo com'era stare lì in corsia, aveva gli occhi grandi che riempivano tutto e si lasciavano intendere. C'erano delle volte che si assentava da casa più del previsto e al ritorno diceva che era andato a camminare a Ostia, al mare...'per smaltire', diceva. Ma non i pasti, i dolori.

Quando ero bambina, spesso, stendevamo i panni insieme. Lui diceva che non 'aiutava' la mamma, ma faceva la sua parte piuttosto. Perché se aiuti qualcuno, dai per scontato che in realtà spetti all'altro la faccenda, diceva.

Mi faceva reggere il cestino delle mollette, mio padre, e poi ci mettevamo in finestra, vicino allo stendino che pendeva dal davanzale con i gerani bianchi, qui, al quarto piano di Via Daverio. Stendeva il bucato, mio padre, aprendo i vestiti uno ad uno, con cura, tra le dita fine e di tanto in tanto mi guardava e diceva: "Vedi Ninnè, siamo come sti panni...appesi a un filo, basta un soffio".

 Papà, è passata una folata, papà.

Avresti avuto ancora tante storie da raccontare e ancora qualche filo da ricucire e ferita da chiudere e flebo da sistemare e mani da tenere...ma è arrivato il Covid papà e tu hai fatto la tua parte, la più difficile. 

Oggi c'è vento a Roma e la TV è venuta a chiedermi di te, perché è il giorno del ricordo di chi se n'è andato durante questa cosa strana che è la pandemia. C'è la troupe qui davanti, ma io vedo solo i panni stesi che ondeggiano al vento, dietro la telecamera. Lì, sotto al davanzale con i gerani bianchi, c'è ancora il tuo camice ad asciugare al sole di marzo. Allora, adesso saluto i signori e lo vado a mettere dentro, papà.

sabato 13 marzo 2021

Il corpo di Ettore

 Quando ho scelto questo mestiere, che è artigianato ed è oreficeria e che è fatto di routine, piccoli riti quotidiani e tradizioni secolari, di manifattura specializzata nelle menti e nei sentimenti, mi sono immaginata più o meno ogni scenario: mi vedevo nelle scuole di frontiera, ai margini dimenticati di Roma Capitale, nella Sicilia remota in qualche isoletta sperduta, nelle classi caotiche delle case famiglia, nelle aule blindate di Rebibbia, nelle scuole di inglese cambogiane in mezzo ai bambini figli delle risaie, e altre ipotesi estreme, tipiche della mia indole che tendenzialmente, tra l'altro, le porta poi avanti.

Tuttavia, giuro che mai, categoricamente mai, avrei pensato di insegnare un giorno dal salotto di casa, in pigiama dalla vita in giù, con i miei ragazzi ologrammati in icone tipo 'GL', 'FV', 'SL', dentro lo schermo di un computer portatile. 

Ma va bene così, a ognuno il suo in questo periodo. Allora, dai, di nuovo in DAD. Lunedì spiego il canto di Priamo che chiede il corpo del figlio ad Achille. Normalmente farei questa lezione in piedi al centro tra i banchi (sì, lo so, avete pensato all'Attimo fuggente, ma non in piedi sulla cattedra, prometto), con le vocali lunghe che tremano perché di solito non li reggo emotivamente quei versi e racconterei alla mia prima A che, sebbene non dovranno (spero) mai restituire un cadavere sfigurato al familiare di una loro vittima, sì, invece, che gli capiterà di provare pietà per un uomo...  Per certo, dall'alto dei miei 17 anni più di loro, so che capita a tutti prima o poi.

E quando si profilerà quella situazione, quando avranno la possibilità di scegliere se sentire e comprendere o vigliaccheggiare e sottrarsi, io voglio che ci ripensino ad Achille, voglio che ripensino a questo semidio greco coperto di ira, di onori e gloria, che non ha vacillato mai per ventiquattro libri, dieci anni di guerra, che si è vendicato, ha odiato e ha ucciso e ha infierito. Ma che di fronte a un vecchio che piange l'innaturale sepoltura del sangue del suo sangue, si china e rispetta.

 Perché Priamo, il padre di Ettore, lì davanti in ginocchio, stravolto e stanco, a guardarlo bene, potrebbe essere suo padre.

 C'è la guerra di Piero di De André là dentro, c'è il mistero della Fede, c'è la 'pietas' dantesca, ci sono decadi di studi scientifici sull'empatia e i neuroni specchio, c'è la vita che a tutti noi è capitata in dono e che, come un dono, va onorata. 

Allora, quando suonerà la mia campanella immaginaria lunedì, che avrà il rumore del mio frigo da cambiare, e il sapore della nostalgia per gli studenti che già sento, ce la metterò tutta con Epica... anche se a questi ragazzi li vedrò solo illuminarsi nei cerchietti di Teams che si accendono e spengono come i respiri. Ce la metterò tutta perché se lo merita anche la leva Corona virus di studiare e perché la pandemia finirà prima o poi, ma questa loro avventura terrena no, e voglio saperli pronti.

DAD 2.0

 Quando ho scelto questo mestiere, che è artigianato ed è oreficeria e che è fatto di routine, piccoli riti quotidiani e tradizioni secolari, di manifattura specializzata nelle menti e nei sentimenti, mi sono immaginata più o meno ogni scenario: mi vedevo nelle scuole di frontiera, ai margini dimenticati di Roma Capitale, nella Sicilia remota in qualche isoletta sperduta, nelle classi caotiche delle case famiglie, nelle aule blindate di Rebibbia, nelle scuole di inglese cambogiane in mezzo ai bambini figli delle risaie, e altre ipotesi estreme, tipiche della mia indole che tendenzialmente, tra l'altro, le porta poi avanti.

Tuttavia, giuro che mai, categoricamente mai, avrei pensato di insegnare un giorno dal salotto di casa, in pigiama dalla vita in giù, con i miei ragazzi ologrammati in icone tipo 'GL', 'FV', 'SL', dentro lo schermo di un computer portatile. 

Ma va bene così, a ognuno il suo in questo periodo. Allora, dai, di nuovo in DAD. Lunedì spiego il canto di Priamo che chiede il corpo del figlio ad Achille. Normalmente farei questa lezione in piedi al centro tra i banchi (sì, lo so, avete pensato all'Attimo fuggente, ma non in piedi sulla cattedra, prometto), con le vocali lunghe che tremano perché di solito non li reggo emotivamente quei versi e racconterei alla mia prima A che, sebbene non dovranno (spero) mai restituire un cadavere sfigurato al familiare di una loro vittima, sì, invece, che gli capiterà di provare pietà per un uomo...  Per certo, dall'alto dei miei 17 anni più di loro, so che capita a tutti prima o poi.

E quando si profilerà quella situazione, quando avranno la possibilità di scegliere se sentire e comprendere o vigliaccheggiare e sottrarsi, io voglio che ci ripensino ad Achille, voglio che ripensino a questo semidio greco coperto di ira, di onori e gloria, che non ha vacillato mai per ventiquattro libri, dieci anni di guerra, che si è vendicato, ha odiato e ha ucciso e ha infierito. Ma che di fronte a un vecchio che piange l'innaturale sepoltura del sangue del suo sangue, si china e rispetta.

 Perché Priamo, il padre di Ettore, lì davanti, in ginocchio stravolto e stanco, a guardarlo bene, potrebbe essere suo padre.

 C'è la guerra di Piero di De André là dentro, c'è il mistero della Fede, c'è la 'pietas' dantesca, ci sono decadi di studi scientifici sull'empatia e i neuroni specchio, c'è la vita che a tutti noi è capitata in dono e che, come un dono, va onorata. 

Allora, quando suonerà la mia campanella immaginaria lunedì, che avrà il rumore del mio frigo da cambiare, e il sapore della nostalgia per gli studenti che già sento, ce la metterò tutta con Epica... anche se a questi ragazzi li vedrò solo illuminarsi nei cerchietti di Teams che si accendono e spengono come i respiri. Ce la metterò tutta perché se lo merita anche la leva Corona virus di studiare e perché la pandemia finirà prima o poi, ma questa loro avventura terrena no, e voglio saperli pronti.

Masha Amini e le lotte in Iran

 Ci sono le ragazze che sanno piegare le camicie, le  canottiere e anche le lenzuola grandi e anche da sole. Le piegano precise, un lato sul...