sabato 13 marzo 2021

Il corpo di Ettore

 Quando ho scelto questo mestiere, che è artigianato ed è oreficeria e che è fatto di routine, piccoli riti quotidiani e tradizioni secolari, di manifattura specializzata nelle menti e nei sentimenti, mi sono immaginata più o meno ogni scenario: mi vedevo nelle scuole di frontiera, ai margini dimenticati di Roma Capitale, nella Sicilia remota in qualche isoletta sperduta, nelle classi caotiche delle case famiglia, nelle aule blindate di Rebibbia, nelle scuole di inglese cambogiane in mezzo ai bambini figli delle risaie, e altre ipotesi estreme, tipiche della mia indole che tendenzialmente, tra l'altro, le porta poi avanti.

Tuttavia, giuro che mai, categoricamente mai, avrei pensato di insegnare un giorno dal salotto di casa, in pigiama dalla vita in giù, con i miei ragazzi ologrammati in icone tipo 'GL', 'FV', 'SL', dentro lo schermo di un computer portatile. 

Ma va bene così, a ognuno il suo in questo periodo. Allora, dai, di nuovo in DAD. Lunedì spiego il canto di Priamo che chiede il corpo del figlio ad Achille. Normalmente farei questa lezione in piedi al centro tra i banchi (sì, lo so, avete pensato all'Attimo fuggente, ma non in piedi sulla cattedra, prometto), con le vocali lunghe che tremano perché di solito non li reggo emotivamente quei versi e racconterei alla mia prima A che, sebbene non dovranno (spero) mai restituire un cadavere sfigurato al familiare di una loro vittima, sì, invece, che gli capiterà di provare pietà per un uomo...  Per certo, dall'alto dei miei 17 anni più di loro, so che capita a tutti prima o poi.

E quando si profilerà quella situazione, quando avranno la possibilità di scegliere se sentire e comprendere o vigliaccheggiare e sottrarsi, io voglio che ci ripensino ad Achille, voglio che ripensino a questo semidio greco coperto di ira, di onori e gloria, che non ha vacillato mai per ventiquattro libri, dieci anni di guerra, che si è vendicato, ha odiato e ha ucciso e ha infierito. Ma che di fronte a un vecchio che piange l'innaturale sepoltura del sangue del suo sangue, si china e rispetta.

 Perché Priamo, il padre di Ettore, lì davanti in ginocchio, stravolto e stanco, a guardarlo bene, potrebbe essere suo padre.

 C'è la guerra di Piero di De André là dentro, c'è il mistero della Fede, c'è la 'pietas' dantesca, ci sono decadi di studi scientifici sull'empatia e i neuroni specchio, c'è la vita che a tutti noi è capitata in dono e che, come un dono, va onorata. 

Allora, quando suonerà la mia campanella immaginaria lunedì, che avrà il rumore del mio frigo da cambiare, e il sapore della nostalgia per gli studenti che già sento, ce la metterò tutta con Epica... anche se a questi ragazzi li vedrò solo illuminarsi nei cerchietti di Teams che si accendono e spengono come i respiri. Ce la metterò tutta perché se lo merita anche la leva Corona virus di studiare e perché la pandemia finirà prima o poi, ma questa loro avventura terrena no, e voglio saperli pronti.

DAD 2.0

 Quando ho scelto questo mestiere, che è artigianato ed è oreficeria e che è fatto di routine, piccoli riti quotidiani e tradizioni secolari, di manifattura specializzata nelle menti e nei sentimenti, mi sono immaginata più o meno ogni scenario: mi vedevo nelle scuole di frontiera, ai margini dimenticati di Roma Capitale, nella Sicilia remota in qualche isoletta sperduta, nelle classi caotiche delle case famiglie, nelle aule blindate di Rebibbia, nelle scuole di inglese cambogiane in mezzo ai bambini figli delle risaie, e altre ipotesi estreme, tipiche della mia indole che tendenzialmente, tra l'altro, le porta poi avanti.

Tuttavia, giuro che mai, categoricamente mai, avrei pensato di insegnare un giorno dal salotto di casa, in pigiama dalla vita in giù, con i miei ragazzi ologrammati in icone tipo 'GL', 'FV', 'SL', dentro lo schermo di un computer portatile. 

Ma va bene così, a ognuno il suo in questo periodo. Allora, dai, di nuovo in DAD. Lunedì spiego il canto di Priamo che chiede il corpo del figlio ad Achille. Normalmente farei questa lezione in piedi al centro tra i banchi (sì, lo so, avete pensato all'Attimo fuggente, ma non in piedi sulla cattedra, prometto), con le vocali lunghe che tremano perché di solito non li reggo emotivamente quei versi e racconterei alla mia prima A che, sebbene non dovranno (spero) mai restituire un cadavere sfigurato al familiare di una loro vittima, sì, invece, che gli capiterà di provare pietà per un uomo...  Per certo, dall'alto dei miei 17 anni più di loro, so che capita a tutti prima o poi.

E quando si profilerà quella situazione, quando avranno la possibilità di scegliere se sentire e comprendere o vigliaccheggiare e sottrarsi, io voglio che ci ripensino ad Achille, voglio che ripensino a questo semidio greco coperto di ira, di onori e gloria, che non ha vacillato mai per ventiquattro libri, dieci anni di guerra, che si è vendicato, ha odiato e ha ucciso e ha infierito. Ma che di fronte a un vecchio che piange l'innaturale sepoltura del sangue del suo sangue, si china e rispetta.

 Perché Priamo, il padre di Ettore, lì davanti, in ginocchio stravolto e stanco, a guardarlo bene, potrebbe essere suo padre.

 C'è la guerra di Piero di De André là dentro, c'è il mistero della Fede, c'è la 'pietas' dantesca, ci sono decadi di studi scientifici sull'empatia e i neuroni specchio, c'è la vita che a tutti noi è capitata in dono e che, come un dono, va onorata. 

Allora, quando suonerà la mia campanella immaginaria lunedì, che avrà il rumore del mio frigo da cambiare, e il sapore della nostalgia per gli studenti che già sento, ce la metterò tutta con Epica... anche se a questi ragazzi li vedrò solo illuminarsi nei cerchietti di Teams che si accendono e spengono come i respiri. Ce la metterò tutta perché se lo merita anche la leva Corona virus di studiare e perché la pandemia finirà prima o poi, ma questa loro avventura terrena no, e voglio saperli pronti.

venerdì 19 febbraio 2021

Shooting stars

 Sono cresciuta con l'idea che il cielo servisse soprattutto a far volare gli aerei. Nella mia infanzia ci sono ricordi di valigie posate tra i corridoi, nei bagagliai, rotolate sui nastri scorrevoli agli arrivi, riposte come promemoria in cima agli armadi. Le vedo disseminate nei miei lassi di tempo retroattivo a intervalli frequenti e ravvicinati. Per me sono oggetti mistici e spiritualmente familiari, micro mondi dissonanti di verità alternative, di secondarie possibilità. Numeri civici di indirizzi segreti e compresenti a diverse latitudini, canoni di affitti da pagare con anticipo sui passati fusi orari. Ubicazioni incerte, episodi avvolti dal mistero. 

Ho ascoltato le storie di Conrad, Melville, Verne e Jack London più di qualsiasi favola. Chiedevo a mio padre di raccontarmi dei suoi viaggi e immaginavo quei posti lontani e straordinari poco prima di dormire, per sognarli meglio. 

Per me c'era sempre qualcosa di sensazionale dall'altra parte delle nuvole. Qualcosa per cui valesse la pena diventare adulti. 

Il primo volo fu un aereo 'Virgin' per Parigi, anno 1996, sono trascorsi 24 anni. Non molti nella mia percezione di ciò che ha una certa importanza. 

All'orizzonte ci sono sempre state ali metalliche per me, appese al soffitto del mondo, che portavano altrove. Ho scelto una casa su un piano alto e vicina all'aeroporto per questo. Per prendere quota insieme alle luci intermittenti dei boing decollati in cerca di stelle e sentire dentro al petto quel momento in cui le ruote del carrello si staccano dalla pista e tutto è saggiamente sospeso, ogni giudizio, ogni giustificazione.  

Tutto è sempre stato proiettato verso altre coordinate nel mio immaginario, in quelle digressioni spazio temporali dove fatti e personaggi strabilianti prendono vita, tra parentesi aperte ad altre realtà. Tutto quello che è nel movimento ho sempre amato: ciò che è possibile nel transitorio, nell'inframezzo, nell'atteso. 

Sono una figlia della globalizzazione, ne ho ereditato vizi e virtù, folli contraddizioni e ostinata coerenza. In questi mesi mi sono chiesta se mi mancasse di più la normalità nelle mie radici o 'l'anormalità' delle mie diramazioni. Entrambe, credo, entrambe molto.

giovedì 18 febbraio 2021

Rome by night

 Ti immagino a riposo sui marmi di Trevi, a sciogliere sillabe dentro acque non tue. Di questi tempi sai del male che circola e del fiume che ritorna. Sai del fatto che dal mare si viene e al mare si va. Roma, ti percorro cauta, ti copro i fuochi, li guardo osservante, li tengo per dopo, che serviranno. Bruciamo e non corriamo, almeno non ora. Una punta alla volta, leviamo il respiro, battiamo i chiodi per cornici e ricordi. 

Hai notato? La notte lì fuori è tanto più bella sebbene proibita, quanto più inabitata. La si sogna bambina, la si vede scappare.

E pensare che l'unico modo per sopportare il tuo caos è sempre stato abbracciarti, sentirti la pelle, indovinarti il respiro, misurarti le pause, la metrica e i ritmi, le forze in conflitto, berti in un sorso, viverti i viali, stringerti prima di un'altra partenza. Ma sorella, il mondo soffoca, e per darle aria dobbiamo togliercela, sottrarci i sorrisi, intuirne i sapori. 

Ogni tanto tu mi chiedi di pregare, così io ti fisso perplessa e ti lascio iniziare. 

Dai... Ti ricordi le mani nelle tue piazze? Non dico tanto i visi, ma quelle storie da tessere, quelle dita da articolare, quelle carezze da scorrere. Son certa ti manchino, non lo negare. Soprattutto a tarda notte quando la musica non c'è e te la devi cantare. 

Per un po' ti lasceremo credere che tu ci sia riuscita a rinchiuderci qui, tra mura e gelosie. Ma a noi romani il cinismo ci tempra da secoli e il sole ci vizia quando più gli aggrada. Della nostra resilienza ruvida e amara abbiamo fatto un baluardo, una scelta di vita, un irriverente volgare. Allora, ascoltami, quando vai a dormire, Roma, ricordatelo sempre che davvero, davvero tu non ci puoi mai scordare.

Italy

 L'italianita è un concetto aggregativo, un congiunto di unità scomposte, una sintesi maldestra di elementi chimicamente non riassumibili, un'alterazione psicotrope dell'eterogenesi dei fini. Per l'irreversibilità dei decorsi storici ci troviamo a condividere dei confini dati e una sorta di mutevole e, tuttavia, individuabile identità comune. Italiani, siamo italiani.

Si rischia sempre di cadere o scadere nella retorica quando si parla di noi, per noi. Questo sentimento patriottico sembra un posticcio tentativo di provocare un surrogato di indotta nostalgia romantica. Eppure, per fortuna o purtroppo lo siamo. E allora dobbiamo pur parlarne, dirlo. Magari, all'occasione e, se forniti di buone argomentazioni, contestarlo. 

Si trova più senso di appartenenza negli emigrati che nei residenti. La forza delle scelte prese fa riemergere antiche rese dei conti. Si è costretti al confronto nel contrasto con le altre culture, nell'incontro con le altre influenze. 

Chi è fuori percepisce le origini e le ridiscute, le rivaluta, ne riconosce i pregi e ne evidenzia i difetti, spesso con profonda malinconia, se non amarezza, pur sempre con un buon grado di disillusa lucidità. 

Per questo, la consapevolezza del significato di 'italiani' è di frequente direttamente proporzionale alla distanza dalle nostre terre. Tanto più lontani, quanto più visceralmente suggestionati dal misterioso mix nostrano di passioni e arti, mestieri e idee, eros e morte, terremoti e speculazioni, corruzioni e nobiltà, miserie e grandi, sconcertanti, struggenti bellezze.

E poi, anche nei momenti difficili ci si sente insieme italiani...italianizzati nei drammi, perché con questi siamo in confidenza, sono nella nostra frequenza, nella nostra ciclica e beneplacida accettazione delle dominazioni straniere, nei nostri strazianti atti eroici, nelle nostre accorate battaglie, ma anche nelle nostre omertà, nelle nostre stragi, nelle nostre faide, nelle nostre guerre. Che poi, diciamolo, non siamo mai stati tanto capaci con le guerre. O almeno quelle sui fronti.

Luci e ombre di un amore riportato come una risacca, dalla placenta mediterranea delle civiltà fondatrici, arrampicato sulle cime ad alta quota del freddo inverno alpino che ci accompagna da generazioni, radicato nei vitigni delle colline dolci da sciogliere, dei nostri lungometraggi da girare. 

Viviamo in un giardino con troppe rose non addomesticate e le tre fiere dantesche moltiplicate per mille. Andatelo a dire ai nostri politici che l'Italia è un'altra, non è lei, è un'altra. 

Nella mia 'militanza' da insegnante, osservo giornalmente le infinite combinazioni di DNA possibili, distribuite nelle piccole persone che ho sedute tra i banchi di scuola e mi chiedo con tenerezza che Italia costruiremo, che Italia distruggeranno. Ho fede.

 Siamo indubbiamente parte del continente che tramonta: la vecchia Europa, stanca, anziana ma perseverante e ostinata, con i fondi pensione gelosamente custoditi nei forzieri delle banche più prestigiose del pianeta, ma svuotate di progettualità e prospettive. L'Europa che è miope, malata e piena di dimenticanza, e che ciò nonostante, caparbia e calcificata, non vuole morire.

I cieli sono grigi, eppure sotto gli alberi genealogici assiepati nei meandri delle nostre costellazioni familiari, ci sono ancora atomi impacchettati per i posteri, pieni di straordinari geni, oltre che di nevrosi e pesanti eredità emotive. Sequoie secolari di saggezza e sapienza, dolori e gloria. Che ne sarà di noi... lo vedremo, lo vedranno.

Materia bianca

 Gli astrofisici stanno studiando da diverso tempo la materia bianca dell'universo. Sembra sia una cosa seria. È un tema, un grande tema. 

Per me, invece, la materia bianca ha già una forma. Per me ha il profilo degli angeli che ci custodiscono, con le piume argentee accartocciate in preghiera, un po' affannati, dentro i bagagliai delle auto in coda, a sgranchirsi le ali tra le corsie degli ospedali, funamboli in bilico sopra i fili del tram, acrobati nelle scorribande di notti insonni, a toglierci le frecce delle cacce ai colpevoli, a levarci l'indice di libri contro, a ricordarci chi siamo, chi sono gli altri, che sono noi, in qualche parte un po' atomica di loro. 

La materia bianca eccola. È la loro dedica per noi, avanza tra le intercapedini degli affetti che ci abitano, giù per le faglie degli amori finiti, dei viaggi conclusi, delle acque a venire. Vibra di bellezza autoctona, si autoalimenta nei frammenti adamantini di storie raccolte per farne mattoni e calcestruzzo e innocenza da cullare. Staziona negli avamposti di senso, in quegli angoli di noi dove, tra le fonti cristalline, si inspessisce lo scorrere dei giorni e si fa più forte ogni sentire, compreso il dolore. Ben venga. 

Auguri anche a loro, che ci vogliono il bene, che spostano il peso per non farci cadere, aggrappati alle boe dei nostri cieli dentro, più o meno sommersi. Sono trasmigatori di passaggi nelle vite degli altri, amanti e volenti, addormentati sui pianoforti, abbracciati alle arpe, adunati in sala prove, a disporsi in semicerchio per il prossimo coro dai tetti di Roma o da ovunque voi siate. Pregateli di non dimenticarci, tanto non ci dimenticheranno comunque. Ma è il viceversa...

Auguri alle linee dolci dei loro sorrisi, spiriti guida di questa galassia. I corredi genetici vanno curati, baroni rampanti su alberi genealogici da risalire più che da potare. Pregateli di guardarvi crescere nelle vostre rese quotidiane. Questo è un gioco al contrario, chi perde vince.

Masha Amini e le lotte in Iran

 Ci sono le ragazze che sanno piegare le camicie, le  canottiere e anche le lenzuola grandi e anche da sole. Le piegano precise, un lato sul...